Visitare l’Himalaya, la “dimora delle nevi”, la catena montuosa con le più alte cime al mondo, è un’esperienza imperdibile per qualsiasi amante della montagna. Le possibilità di fare trekking in Nepal sono infinite e la maggior parte dei turisti che visitano questo Paese restano ammaliati dal fascino dei suoi immensi parchi e delle sue cime sontuose.

Il monte Everest ha in realtà molti nomi: Sagarmatha, che in nepalese significa “Dea del Cielo”, o Chomolungma in tibetano. Il nome Everest, noto a tutti, deriva da Sir George Everest, che al servizio della corona britannica lavorò per molti anni come responsabile dei geografi britannici in India. È la montagna più alta al mondo (8848 mt) e si trova all’interno del Sagarmatha National Park, dichiarato Patrimonio dell’UNESCO nel 1979, nella valle del Khumbu nel Nepal nord-occidentale. Tra gli scalatori più famosi che hanno raggiunto la sua cima si ricordano Sir Edmund Hillary, un neozelandese che con la sua guida sherpa Tengzing Norgay scalò per la prima volta l’Everest nel maggio 1953, e Reinhold Messner, alpinista italiano che raggiunse la sommità nel 1978 senza l’aiuto delle bombole d’ossigeno.

Un volo interno parte da Kathmandu e arriva a Lukla, cittadina da cui parte il trekking che percorre ampie vallate attraversate da fiumi e ricoperte di boschi e foreste. A mano a mano che si sale di quota la vegetazione cambia e si dirada fino a scomparire per lasciare spazio al ghiacciaio e alla sua valle rocciosa.

È facile intuire come mai per i nepalesi le montagne siano divinità (ancora di più per i tibetani, che non permettono a nessuno di scalarle per rispetto della loro sacralità). Immaginate di trovarvi su un altopiano a 3000 metri, tra casette in muratura e campi coltivati, e di essere circondati da questi giganti alti ancora 5000 metri in più, ricoperti di neve e ghiaccio, con le sommità che sembrano bucare il cielo.

La quota annebbia la vista, fa pompare il cuore fino in gola, stringe un cerchio stretto alla testa e toglie il fiato. Si sale lungo il sentiero e si arriva in uno dei posti più inospitali della terra, tra pietre e resti di ghiacciai, con una temperatura di -25 gradi e un vento incalzante. Sembra di doversi rivolgere a queste montagne per chiedere loro il permesso di raggiungerne la base. Sono loro a dominare su tutto, a decidere della vita e della morte di chi le scala. Non esiste tecnologia che possa definirsi infallibile: l’ultima parola è sempre della montagna. Si ha l’impressione che questi giganti siano lì per rimettere al loro posto gli uomini: non siete invincibili, avete fatto grandissimi progressi nella storia, avete sfidato la natura, pensate di potere avere la meglio su di lei, ma non è così. Io, l’Everest, sono la dimostrazione che tu uomo non hai potere su di me. Puoi scalarmi e sentirti il re del mondo, ma solo se io te lo permetto.

Così da anni la popolazione sherpa vive in un mix di rispetto per le loro montagne e sfruttamento della loro popolarità. È grazie alle montagne che questo popolo può lavorare e guadagnare dal turismo, con tutti i benefici e gli svantaggi che ne derivano. Ho incontrato persone con le schiene piegate a metà per il peso che trasportavano sulle spalle (zaini dei turisti, bombole del gas, tavole di legno) e più di una volta mi sono chiesta quanto fosse giusto o sbagliato tutto questo.

È stato un viaggio in un’altra dimensione, vuoi per la temperatura, vuoi per la mancanza di comfort, vuoi per i paesaggi ultraterreni, vuoi per la varietà di persone incontrate lungo il percorso, ognuna con la propria storia da raccontare e con il proprio motivo per essere lì, a visitare il campo base dell’Everest. Chi ci arriva si sente come se avesse conquistato la cima del mondo, appagato delle fatiche e delle privazioni. Personalmente mi sembra di aver sognato per due settimane, e tornata nella civiltà ho imparato ad apprezzare nuovamente la grande fortuna di essere nata nel mio Paese, di avere mille opportunità ed essere cresciuta con altrettante mille, ho imparato a non dare per scontato la bellezza di cui sono circondata, in termini di paesaggi, cultura e qualità di vita.

QUANDO ANDARE

Le stagioni migliori per visitare questa zona dell’Himalaya sono sicuramente la primavera oppure l’autunno. Ci si può spingere tranquillamente fino ai primi di dicembre, dopodiché l’alta stagione finisce. I mesi invernali da dicembre a febbraio sono i più freddi: ciò non esclude la possibilità di andare, ma bisogna prepararsi a temperatura molto basse che possono arrivare a -20/-30°C nei punti più alti. Un buon sacco a pelo protegge durante la notte, ma i lodge che si incontrano lungo la strada non sono dotati di riscaldamento (eccetto una stufa accesa nella sala principale durante le ore di cena). Il vantaggio principale è quello di trovare pochissimi turisti, è facile trovare posto in ristoranti e alberghi e sembra di avere il sentiero solo per sé.

Durante l’alta stagione (primavera e autunno) la quantità di turisti aumenta notevolmente, fino a dover attendere a lungo in coda prima di attraversare i famosi ponti tibetani. Anche i lodge si riempiono in fretta, per cui prenotate le strutture il prima possibile.

L’estate è forse il momento peggiore per andare perché i monsoni colpiscono la zona con le loro piogge incessanti e soprattutto impediscono di godere del panorama, ricoprendo il cielo di nuvoloni grigi.

ITINERARIO

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Il percorso di trekking richiede un paio di settimane circa, compresi i giorni necessari per l’acclimatamento alla quota, e copre una distanza di circa 120 km con un dislivello totale approssimativamente di 4000+ m. Ci si può organizzare in autonomia oppure affidarsi ad una delle mille agenzie che organizzano trekking di ogni tipo e durata, che si occupano di tutto, dalle guide e portantini, ai permessi, alla prenotazione dei lodge. Personalmente abbiamo utilizzato questa seconda soluzione, contattando il nostro amico Ngima Sherpa che abita a Varese e che organizza eventi di raccolta fondi per diversi progetti in Nepal, dalla costruzione di scuole e ospedali alla fornitura di stufe e pannelli solari. Qui il suo sito: http://www.unlimitedninehills.com/

Lukla – Phakding (3 ore – dislivello: 250 mt salita, 465 mt discesa). Da Kathmandu un volo diretto di circa trenta minuti porta a Lukla. Le compagnie che effettuano questi brevi voli non sono molte, le principali sono: Tara, Summit e Yeti Airlines. Si vola su piccoli aerei con turboelica, che contengono circa una ventina di persone. I voli da Kathmandu partono presto al mattino per via del meteo – non si parte se le condizioni meteo non sono ottimali. Questo perché la pista di atterraggio a Lukla è molto breve e termina con una ripida parete di roccia. Non a caso il Tenzing Hillary Airport viene definito come uno degli aeroporti più pericolosi al mondo, e i voli riservano sempre forti emozioni, sia per lo scenario spettacolare delle montagne che si vedono fuori dal finestrino, sia perché la pista di atterraggio si vede solo all’ultimo momento. Arrivati a Lukla, si scende dall’aereo e se si vuole, si recupera un portantino. All’aeroporto infatti si incontrano decine di giovani ragazzi pronti a seguirvi lungo il sentiero per tutta la durata del trekking, caricandosi sulle spalle il vostro zaino e lasciandovi la comodità di portare solo uno zainetto con il necessario per la giornata. Dal punto di vista etico, questa tradizione è sicuramente discutibile: da un lato, il portantino ha la possibilità di guadagnarsi uno stipendio e di fare esperienza per poter poi diventare “trekking guide”, dall’altro è costretto a sollevare pesi notevoli che a lungo andare pregiudicano la sua salute.

Lukla è la prima cittadina che si incontra all’inizio del trekking. Si sviluppa lungo un’unica via principale, la via che porta dal piccolo aeroporto al Pasang Lhamo Memorial Gate, l’ingresso al parco che porta il nome della prima donna nepalese ad aver raggiunto la cima dell’Everest. Si possono trovare i primi negozi che vendono attrezzatura da trekking di buon comando, lodge, pasticcerie e ristoranti. La gente brulica in strada a tutte le ore, indaffarata nelle sue attività quotidiane: aggiustano strade, puliscono i marciapiedi, qualcuno si lava persino i denti in strada.

Il sentiero da Lukla (2800 mt) a Phakding (2600 mt) si percorre in circa tre ore ed è un piacevole saliscendi tra boschi e vallate. Lungo il percorso ci sono vari posti di controllo dove vanno esibiti e timbrati i permessi di entrata ai parchi (la TIMS card e il permesso di accesso al parco Sagarmatha). Sul sentiero si incontrano stupa (i tipici monumenti buddisti a forma emisferica), pietre mani (rocce appiattite che riportano il mantra buddista “om mani padme hum”) corvi, asini trasportatori, portantini con le gerle di vimini supercariche, tanti ristoranti e tea house, pochissimi turisti (siamo infatti a dicembre, fuori stagione). Si attraversano inoltre i primi ponti sospesi, tipici tibetani, che attraversano il Dudh Kosi, il fiume dal classico colore latteo che dall’Everest scorre lungo tutta la valle del Khumbu. Phakding è un minuscolo villaggio che si sviluppa lungo il fiume ed è prevalentemente composto da lodge, qualche bar e un locale per giocare a biliardo. Trovandosi a fondo valle lungo il fiume, il clima è molto umido e la sera in inverno fa molto freddo.

Phakding – Namche Bazaar (6 ore – dislivello: 1423 mt salita, 797 mt discesa). Si lascia Phakding al mattino presto per proseguire sul sentiero che attraversa Monjo e arriva fino a Namche Bazaar. Le prime ore di cammino sono tranquille; dopo l’ingresso al parco Sagarmatha, il paesaggio si trasforma in pineta e sorpassato il ponte tibetano più alto comincia il primo tratto di salita impegnativo che si inerpica fra tornanti fino al primo punto di avvistamento dell’Everest. In alta stagione è facile dover aspettare parecchio tempo prima di poter attraversare il ponte sospeso, su cui passano moltissimi turisti, locali e pastori con i loro asini o yak. Quando si incontrano animali, siano mucche, asini o yak, è sempre meglio lasciarli passare e spostarsi (sempre sul ciglio protetto del sentiero) per evitare spiacevoli inconvenienti. L’ultima parte di sentiero fino a Namche è ripida e tortuosa, ma l’arrivo ripaga della fatica. Sulla via del ritorno verso Lukla, in questo tratto incontriamo un gruppo di giovani ragazzi che trasportano canoe di legno verso il campo base: si tratta di The Weight We Carry, un progetto nato dall’idea di un ragazzo canadese e un australiano in supporto delle malattie mentali. La salita sull’Everest con le canoe ha l’obiettivo di raccogliere fondi per la costruzione di un ospedale femminile per malattie mentali e altri disturbi psicologici a Kathmandu.

Namche Bazaar è la capitale del popolo sherpa, una moderna cittadina colorata: all’ingresso si trovano una fontana con un grande fiore di loto al centro e delle piccole cascate che alimentano le ruote di preghiera variopinte dei tibetani. Percorrendo le sue stradine si trovano bar (il Liquid Bar si proclama il bar più alto al mondo, mostra documentari e film e offre musica e cocktails), ristoranti, pasticcerie, lodge, lavanderie, persino un parrucchiere e una farmacia che al costo di 1 dollaro misura il livello di ossigenazione del sangue. Siamo infatti oltre i 3500 metri e il mal di montagna potrebbe già presentare i suoi primi sintomi.  Per la sosta notturna c’è l’imbarazzo della scelta tra mille lodge. Noi scegliamo il Mountain View Lodge, con vista sul Thamserku, dove una simpatica famiglia di sherpa tibetani ci accoglie amichevolmente e il nonno accompagna la nostra cena intonando litanìe e mantra.

A Namche vale sicuramente la pena visitare due musei che si trovano poco più a nord del centro. Il primo è dedicato al parco nazionale del Sagarmatha ed offre una splendida vista sul gruppo Everest-Nuptse-Lhotse. Interessanti pannelli informativi forniscono spiegazioni su flora, fauna e storia del parco fondato nel 1976. Le foto mostrano i mutamenti climatici, lo scioglimento dei ghiacciai negli ultimi 50 anni e la vita della popolazione sherpa durante questo periodo. Il secondo museo è invece dedicato in modo specifico alla cultura sherpa. L’ingresso è a pagamento (250 Rs, circa 1,80€). Si entra nella riproduzione di un’antica casa tradizionale sherpa, con stalle al piano terra, un grande stanzone al primo piano, dove si svolgeva la vita quotidiana della famiglia e una sala di preghiera piuttosto grande, con decorazioni, offerte e strumenti musicali vari. Il centro documentazione è molto interessante e raccoglie foto e articoli relativi agli sherpa e al loro stile di vita: come lavorano la terra, come tessono la lana di yak, le loro case, scuole, gli abiti tradizionali, le feste e le cerimonie come matrimoni e funerali. Una seconda sala è invece dedicata alle spedizioni sull’Everest, dalla Tenzing-Hillary nel 1953 passando tra quelle più o meno fortunate, tra cui quella del 1996 in cui morirono 7 persone tra scalatori e sherpa (da cui è stato tratto il film Everest) fino ai giorni nostri. Nei prossimi due anni è previsto lo sviluppo di un progetto per l’ampliamento del centro, con il sostegno di Reinhold Messner.

Khumjung: (4/5 ore – dislivello: 500 mt salita, 500 mt discesa) trekking di acclimatamento che consente di abituare il corpo alla quota. Si parte e si torna a Namche, compiendo un giro ad anello che porta ai villaggi sherpa di Khumjung e Khunde. La salita è piuttosto impegnativa, si tratta di un ripido percorso tortuoso a gradini e ad ogni gradino il cuore batte in gola. Alla fine della salita si raggiunge un punto panoramico da dove si ammira la catena montuosa con l’Ama Dablam (in nepalese singnifica “la dea con il cofanetto di gioielli”, l’Everest, il Lhotse e il Nuptse. Si passa dall’hotel Everest View, un hotel di lusso costruito da giapponesi in un ottimo punto di osservazione delle montagne circostanti, per raggiungere l’altopiano dove si trovano i villaggi di Khumjung e Khunde. La zona è davvero molto bella, rurale e autentica. La vita scorre tranquilla, con ritmi che noi occidentali non conosciamo più da oltre un secolo. Il silenzio è assoluto, se si esclude qualche elicottero che ogni tanto sorvola la zona per portare i turisti più pigri a vedere l’Everest o a salvare qualche malcapitato preda del mal di montagna. A Khumjung si possono visitare la Hillary School, una scuola fondata da Sir Edmund Hillary, il primo scalatore di successo dell’Everest, nel 1961 e che offre educazione primaria e secondaria a circa 350 tra bambini e ragazzi. Si può inoltre visitare il piccolo monastero, ben conservato, che contiene la reliquia del cosiddetto “scalpo dello yeti”, uno scalpo animale appartenente alla famiglia dell’antilope che per molti anni in passato è stato considerato appartenente al famigerato Yeti delle montagne. La tradizione ovviamente sopravvive alla realtà scientifica ed il luogo è tutt’oggi rinomato per questo motivo. Il sentiero prosegue poi per Khunde, altro piccolo villaggio con il proprio monastero e un ospedale. È quasi un peccato lasciare questa valle che sembra un paradiso tra silenzio, cime innevate, yak e casette con i tetti verdi (ogni paese sceglie il colore per i propri tetti).

Namche Bazaar – Tengboche: (4 ore – dislivello: 1244 mt discesa, 860 mt salita). Lasciata Namche il sentiero prosegue a nord in direzione Tengboche o Tyangboche. Il primo tratto di strada è pianeggiante e costeggia la montagna. Si attraversano boschi e minuscoli villaggi dove è possibile sostare per un tè caldo o per pranzare. Arrivati a Phunki Tenga, un ponte sospeso avverte dell’inizio della salita: circa 90 minuti lungo un ripido sentiero di terra battuta che sale zigzagando per il fianco della montagna con pendenze che possono raggiungere il 30%. Alla fine della salita si raggiunge finalmente Tengboche, che non si può nemmeno chiamare villaggio. Si tratta di pochi lodge e case raggruppati attorno ad un grande monastero colorato, che riporta al suo interno dipinti che ritraggono episodi della vita di Buddha.

Riporto le parole di Danilo di Gangi, dal libro “Nepal tra terra e cielo”: A Tengboche sorge il monastero più importante della zona. Nel nono mese del calendario tibetano vi si celebra il Mani Rimdu, la più famosa festa del Khumbu. Durante la rappresentazione dei cham, le danze sacre della tradizione, le persone festeggiano la ricorrenza mangiando e bevendo insieme per tre giorni. L’edificio, in legno e pietra, risale ai primi anni del Novecento, fondato da un monaco di Khumjung, Lama Gulu, appartenente all’ordine Nyngima. Distrutto una prima volta da un terremoto nel 1934, venne nuovamente annientato da un disastroso incendio nel 1989. Fortunatamente la quasi totalità della collezione di libri, dipinti e reliquie fu tratta in salvo e il gompa venne ricostruito qualche anno più tardi grazie alle donazioni di cittadini privati e alcune associazioni. All’entrata è presente una pietra molto venerata: reca l’impronta di un piede del lama Sange Dorje lasciata quando sorvolò l’Himalaya nel 1600.

Di fronte al monastero si trova l’enorme Tashi Delek Lodge, fondato dal nipote di Tenzing Norgay, lo sherpa che scalò l’Everest nel 1953 insieme a Sir Edmund Hillary.

Tengboche – Dingboche (4 ore – dislivello: 271 mt discesa, 674 mt salita) / Tengboche – Periche (4 ore – dislivello: 70 mt discesa, 450 mt salita): da Tengboche si riparte in direzione Dingboche (4300 mt). Al mattino salviamo un cane randagio da una rissa, lo soprannominiamo Kukkur che vuol dire cane in nepalese, e questo per ringraziarci ci segue per un tratto di strada. Ci sono moltissimi cani più o meno randagi che vivono su queste montagne, hanno un pelo foltissimo e si assomigliano un po’ tutti, di taglia medio-grande, con il manto scuro e un’incredibile resistenza alle basse temperature. Cercano cibo nei lodge o accompagnando qualche turista in attesa che gli allunghi qualcosa. Il percorso di trekking non è impegnativo, ma la quota fa sentire il suo effetto. Si scende lungo una foresta di conifere e rododendri e si attraversa una grande vallata che in origine era il ghiacciaio Khumbu; ora ne rimane solo qualche traccia e un fiume scorre in mezzo alla valle. Si comincia ad avere l’impressione di camminare su un altro pianeta. Da Dingboche, un piccolo villaggio con poche case e lodge, si possono ammirare le cime dell’Island Peak (6189 mt) e del Lhotse (8501 m). Le strade sono completamente ghiacciate (siamo a gennaio) e camminare diventa un mix di concentrazione e acrobazie. Trascorriamo la notte all’Hotel Countryside, un lodge di buona qualità dove proviamo l’esperienza della doccia calda: un bidone di acqua bollente in uno stanzino gelido. Le notti diventano sempre più fredde, e al mattino quando ci svegliamo troviamo i vetri della stanza congelati, insieme a tutto il resto e la brina sul sacco a pelo.

L’alternativa a Dingboche è Periche (4240 mt), dove ci fermiamo al ritorno dal campo base. Si tratta di un paesino minuscolo a fondo valle, pesantemente rovinato dal terremoto del 2015 e noto principalmente per la clinica gestita dall’Himalayan Rescue Association e per il Panorama Lodge (distrutto dal terremoto), dove soggiornò il presidente americano Carter nel 1985.

Dingboche – Lobuche (4 ore e mezza – dislivello: 711 mt salita, 110 mt discesa): dopo una notte trascorsa a -20° tra insonnia e apnea nel sonno, si parte per Lobuche (4930 mt). Da Dingboche il sentiero sale subito con una bella pendenza per circa mezzora, poi si attraversa un altopiano molto vasto. Sembra di camminare in pianura, ed è impressionante rendersi conto che nonostante ci si trovi ad oltre 4000 metri ci sono altrettanti 4000 metri per raggiungere le cime che si stagliano attorno all’altopiano. Si arriva a Dugla (Tukla), dove si può sostare per il pranzo prima di procedere con la salita che porta a Lobuche. Poco prima di raggiungere la meta, alla fine della lunga salita, si passa attraverso una spianata ricoperta di memoriali dedicati a tutti gli scalatori e sherpa che hanno perso la vita in montagna e si costeggia la base morenica del Khumbu, da dove si avvista il Pumori (7165 mt) per la prima volta.

Lobuche – Gorak Shep: (2 ore e mezza – dislivello: 320 mt salita, 84 mt discesa). Ultima tappa, non la più lunga ma sicuramente la più impegnativa. Il sentiero non lascia più tracce sulla terra, perché non c’è più terra. Si cammina lungo la base morenica del Khumbu, siamo ormai ai piedi dell’Everest e la terra lascia spazio alla roccia in un percorso che si inerpica in modo irregolare tra gradoni e pietre fino a Gorak Shep, l’ex campo base da cui partivano le prime spedizioni per la sommità dell’Everest. La quota è 5160 mt, la fatica tanta e ogni passo infuoca i muscoli e toglie il respiro. Gorak Shep non è un villaggio, ma un piccolo gruppo di lodge dove sostare prima di raggiungere il campo base o il Kala Patthar, circondato da montagne e affiancato da una distesa di sabbia che è il bacino di un vecchio lago prosciugato. Da qui partono la Everest Marathon e la Tenzing Hillary Marathon, due maratone che scendono da Gorak Shep fino a Namche Bazaar in poche ore.

Everest Base Camp/Kala Patthar: il campo base dell’Everest e il Kala Patthar sono due mete imperdibili per chi giunge a Gorak Shep. La visita al campo base (3 ore – dislivello: 330 mt salita, 330 mt discesa) offre la possibilità di vedere le Khumbu Icefalls, le cascate di ghiaccio che costituiscono la partenza delle spedizioni per l’Everest e che sono ad oggi il cimitero di decine di scalatori e sherpa che sono caduti tra i crepacci. Non si vede la cima dell’Everest dal campo base, ma durante l’alta stagione si possono vedere i campi di tende organizzati dagli scalatori in partenza. La salita al Kala Patthar (4 ore – dislivello: 482 mt salita, 482 mt discesa) parte direttamente da Gorak Shep e raggiunge la cima di questa montagna nera a 5545 mt, da cui si gode di una vista mozzafiato (in questo caso in senso letterale) sull’Everest (8848 mt), il Nuptse (7861 mt), il Lhotse (8501 mt) e il Pumori (7165 mt). Inutile dire che la salita è impegnativa, soprattutto per questioni di quota, ma la vista dalla cima è impareggiabile, uno sguardo a 360 gradi sull’Himalaya nepalese.

Cito le parole di Paolo, il mio compagno, che ha raggiunto la cima del Kala Patthar in tempo per il tramonto: “ci sono viaggi che non finiscono, ma continuano attraverso una miriade di sensazioni che si perfezionano in nuove forme di pensiero, portando la mente verso orizzonti inesplorati. Durante la salita sul Kala Patthar, con il forte rumore del vento unito al respiro che dominavano su tutto, le distanze e lo scorrere del tempo assumevano un aspetto quasi onirico, e l’illusione di poter toccare il Pumori si alternava alla percezione di una meta irraggiungibile. Realizzare improvvisamente di essere davanti alla montagna più alta del mondo, che gli sherpa chiamano Sagarmatha, la Dea del Cielo, è stato un momento unico di quiete. Un insieme di istanti indefiniti in cui contemplare con semplicità il confine tra la terra, ovvero la vita in tutta la sua magnificenza, e ciò che trascende da essa, il cielo.

LE MAPPE

CUCINA

Il dal bhat

La cucina nepalese è abbastanza semplice. A differenza di quella indiana, non è molto piccante, a meno che non venga richiesto. Il piatto nazionale è il dal bhat, un piatto misto composto da una ciotola di riso al centro e varie ciotoline laterali come condimento che contengono zuppa di lenticchie e verdure di contorno (o carne in alcuni rarissimi casi). Pare infatti che i nepalesi siano in gran parte vegetariani, anche se si può trovare abbastanza facilmente carne di pollo, bufalo e yak. Le verdure principali sono patate, carote, cipolle e una verdura molto simile alle bietole. Altri piatti che si possono assaggiare sono i momo, ravioli ripieni al vapore o fritti, il riso fritto con le verdure, i noodles o le zuppe. Nei ristoranti e nei lodge i dessert sono molto limitati, ma sono diffuse le pasticcerie che preparano dolci molto buoni, dai biscotti al burro o al cocco, all’apple pie. Tra le bevande più diffuse c’è il tè nero, il tè al latte e il tè masala (un tè speziato). D’inverno è comunissimo bere acqua calda. La birra è piuttosto cara, sia a Kathmandu sia in montagna e le alternative non sono molte, spaziando dalla locale Sherpa Beer alla San Miguel di origine spagnola. Gli alcolici in genere non sono molto diffusi: tra questi ci sono il raksi e il chang, bevande alcoliche a base di riso fermentato. I piatti tipici degli sherpa, a parte il dal bhat, sono lo sherpa stew, una zuppa di verdure, patate e pasta, oppure il thukpa, simile ai noodles in brodo.

CURIOSITÀ E INFO UTILI

AMS: Acute Mountain Sickness, o mal di montagna. Mai come in questa regione è importante informarsi sui sintomi e non sottovalutarli se si presentano. Il percorso raggiunge infatti una quota di oltre 5000 mt, le reazioni del corpo alla quota non sono prevedibili e variano da persona a persona. L’AMS è un disturbo comune, che può presentarsi in forma lieve fino a raggiungere forme più gravi. A prescindere dal fiato corto e dalle difficoltà respiratorie che sono una caratteristica comune a quasi tutti a certe altezze, i primi sintomi di mal di montagna si presentano sottoforma di mal di testa, nausea, mancanza di equilibrio, senso di stordimento, inappetenza, insonnia o apnea durante il sonno. Vanno tenuti debitamente sotto controllo. Se peggiorano, l’unica alternativa è scendere di quota il prima e più velocemente possibile. Per prevenire l’AMS, è necessario prevedere durante il trekking dei giorni di acclimatamento in cui si rimane fermi ad una stessa quota, idratarsi molto e riposare adeguatamente. Si può inoltre comprare un farmaco chiamato Diamox che può aiutare a mitigare il disturbo.

Terremoto del 2015: il Nepal è stato scosso da un fortissimo terremoto nel 2015 che ha lasciato i segni in tutto il Paese. La grande scossa di magnitudo 7.8 ha colpito la mattina del 25 aprile 2015 a pochi chilometri di distanza da Kathmandu. Si sono registrate circa 10.000 persone tra i morti e i dispersi, e il Paese è stato duramente messo alla prova: edifici secolari distrutti, strade interrotte, emergenze in ogni zona. Al campo base dell’Everest una valanga ha distrutto le tende degli scalatori, uccidendo 17 persone. Ancora oggi, nel 2019, i danni sono visibili ovunque: nei villaggi di montagna, dove i lodge vengono ristrutturati o ricostruiti da zero con grande fatica e pazienza, per le evidenti difficoltà di trasporto dei materiali da costruzione, così come nelle città come Kathmandu o Bhaktapur, le cui piazze storiche vedono un monumento in piedi accanto ad uno distrutto, e nulla potrà portare indietro lo splendore di un tempo. Molte persone hanno perso tutto durante il terremoto, la famiglia e la casa, e tanta è la solidarietà dei nepalesi e degli stranieri che si danno da fare tramite associazioni e aiuti umanitari per aiutare questo Paese a rimettersi in piedi.

Consigli pratici per l’inverno: non serve sottolineare quanto possa essere freddo l’inverno sull’Himalaya. Le temperature a Gorak Shep possono raggiungere tranquillamente i -30° C e, soprattutto nei luoghi più umidi, non darvi tregua per ore. Se le giornate soleggiate sono infatti piacevoli, il freddo è secco e non si percepisce così tanto la temperatura bassa, appena cala il sole è tutta un’altra storia. Ci sono alcuni accorgimenti che renderanno la vostra vita più facile: 1. Portatevi un thermos per l’acqua calda, è fondamentale. Non solo potrete berla per riscaldarvi, ma soprattutto ad alte quote sarà l’unica cosa che potrete usare per bere e lavarvi i denti. Tutto il resto ghiaccia, dalle bottigliette d’acqua al liquido per le lenti. Tutto. 2. Una boule (sempre ad acqua, non elettrica). In ogni lodge o bar potrete trovare acqua calda e farvi riempire la boule da infilare nel sacco a pelo o da tenervi in grembo alla sera. 3. Altro investimento salvavita è il sacco a pelo: assicuratevi che offra un’ottima temperatura di comfort e non badate a spese, potrebbe davvero afre la differenza tra una notte passata a tremare al gelo e una notte di sonno regolare riscaldati dal tepore del vostro corpo.

Sherpa: l’etnia Sherpa, una minoranza nepalese, è sicuramente tra le più note in Nepal e all’estero, soprattutto per il ruolo di guida che svolgono sull’Himalaya, tanto che il nome sherpa è ormai divenuto erroneamente simbolo di guida di montagna. Erroneamente perché sherpa vuol dire molto di più. L’origine del nome è “popolo dell’est”: si ritiene infatti che gli sherpa siano arrivati in Nepal dal Tibet orientale circa 500 anni fa. La grande capacità di adattamento alla quota e al clima rigido ha fatto da selezione naturale, consentendo loro di vivere sull’Himalaya e di svolgere lavori anche pesanti a quote elevate. Si può imparare molto su questo popolo, sui suoi usi e costumi, visitando il museo dedicato alla cultura sherpa a Namche Bazaar. “Tashi Delek” è la versione sherpa del saluto nepalese Namasté, e troverete numerosi lodge sull’Himalaya che prendono il nome da questo saluto. Sono buddisti, da qui il motivo di tutti gli stupa, chorten e ruote mani che si incontrano lungo il sentiero da e verso l’Everest, a cui si passa attorno rigorosamente in senso orario. Hanno l’abitudine di inserire la parola “sherpa” nel loro cognome, proprio per ricordare quell’orgoglio che li identifica. Conducono una vita per la maggior parte rurale, coltivando campi e allevando bestiame, ma sono anche considerati una delle etnie più ricche del Nepal, perché la loro capacità di vivere ad alta quota ha consentito di trasformarsi in ottime guide di montagna, innalzando così il loro stile di vita e i loro potenziali guadagni derivanti in gran parte dal turismo. Sono un popolo fiero, piuttosto riservato, ma capaci di sciogliersi subito in un sorriso se li si saluta quando li si incontra. Salgono e scendono dalle montagne di continuo, e per loro il concetto di distanza non si misura in chilometri, ma in giorni di cammino.

Maggior informazioni qui:

Gli Sherpa

The world’s most dangerous job: what it is like to be a Sherpa on Everest

Gli Sherpa, il popolo degli umili portatori dell’Everest

Portantini: lungo il sentiero si incontrano uomini e donne di ogni età e costituzione fisica che trasportano pesi su e giù per le montagne, dagli zaini dei turisti, a piccole cataste di legna, bombole del gas, enormi rotoli di fibra di vetro e altri materiali da costruzione. Questo fenomeno lascia a noi occidentali un sapore amaro in bocca: accanto al fascino di una civiltà senza tempo che vive in zone incontaminate e che può contare solo sulle proprie forze per sopravvivere, emerge il disagio di sapere che queste persone si spaccano letteralmente la schiena, nella maggior parte dei casi trasportando materiali che servono per costruire lodge e ristoranti o pesanti zaini che noi turisti non saremmo in grado nemmeno di sollevare. Dove sta l’etica in tutto questo? Ci siamo trovati ad un bivio: chiedere l’aiuto di un portantino voleva dire sfruttare la sua schiena in cambio di denaro e quindi di un aiuto economico, non chiederlo voleva dire viaggiare per giorni con uno zaino pesante a quote in cui ogni grammo pesa chili e non offrire al portantino la possibilità di guadagnare e fare esperienza. La soluzione si è presentata da sola: abbiamo affidato al portantino uno zaino il più leggero possibile, abbiamo approfittato della sua esperienza lungo la strada e abbiamo scoperto a fine viaggio che quel ragazzo, Suman, prima di diventare portantino spaccava pietre a Lukla. È il caso di dire che quando pensi che un lavoro sia pesante, ricordati che c’è sempre di peggio.

Permessi: se viaggiate in autonomia e non disponete di una guida locale, ricordate che per accedere alla regione dell’Everest servono due permessi: la TIMS card (Trekkers’Information Management System) e il permesso di accesso al parco Sagarmatha. Ci sono posti di controllo collocati lungo il sentiero che vi chiederanno di esibire i permessi e ve li timbreranno. Si possono acquistare direttamente a Kathmandu prima di partire oppure ci si può appoggiare ad una qualsiasi agenzia di trekking che si occuperà di procurarveli.

Telefono: ci sono due compagnie telefoniche principali, la Namasté o la Ncell. La compagnia con migliore copertura nella regione dell’Everest è sicuramente la Ncell. Comprate una SIM una volta arrivati a Kathmandu e con pochi euro potrete usarla durante il viaggio. La connessione wifi nei lodge è sempre a pagamento e a volte è comunque molto lenta. Sfruttate quest’occasione per staccarvi dal telefono e dai social, viaggiando anche voi a ritroso nel tempo, quando non c’era la tecnologia e non c’erano i comfort moderni, e godendo della purezza di questi paesaggi.

Tea house: si tratta di alberghi ristoranti, chiamati così probabilmente per l’abitudine diffusa di bere tè in tutto il Nepal, tè nero, tè al latte, tè masala, ce n’è per tutti i gusti. Se ne trovano ovunque lungo il sentiero, ce n’è almeno una o più ad ogni chilometro, e offrono al turista la possibilità di sostare appunto per un tè o un pranzo veloce a tutte le ore del giorno. Molte tea house sono anche alberghi in cui è possibile passare la notte. Hanno stanze spartane con materassini appoggiati su tavolati di legno e cuscini. Oltre al letto c’è sempre anche un piumino, insufficiente d’inverno senza il sacco a pelo. I bagni sono in comune: accanto ad ogni WC c’è sempre un bidone d’acqua che sostituisce lo sciacquone. Le tea house non hanno il riscaldamento, c’è solo una stufa nella sala da pranzo che viene accesa la sera durante la cena, alimentata con legna o sterco di yak essiccato. È una bella tradizione quella di riunirsi alla sera attorno alla stufa, ricorda l’atmosfera contadina dei secoli scorsi e stimola la convivialità, anche se purtroppo ai giorni nostri la tecnologia ha preso il sopravvento e alla sera sono tutti connessi ai loro cellulari. Solo qualche raro viaggiatore ne approfitta ancora per leggere un libro.

Se andate in alta stagione prenotate con largo anticipo, se invece scegliete la bassa stagione, ricordate che molti lodge sono chiusi. La connessione wifi è sempre a pagamento, e il prezzo aumenta a mano a mano che ci si avvicina al campo base, così come è a pagamento anche la ricarica del cellulare o di qualsiasi altro dispositivo elettronico. Compratevi un power bank valido per evitare di ricaricare in continuazione, e considerate che con il freddo le batterie si scaricano più facilmente.

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